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La prima edizione del Salone della Musica

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Il Lingotto di Torino ha ospitato, tra il 10 e il 15 ottobre 1996, la prima edizione del Salone della Musica

Alla chiusura del Salone si è raggiunto un totale di 164.600 presenze. Di queste, 10.900 sono relative agli operatori professionali (giornalisti, discografici, autori, compositori, esecutori, insegnanti di musica, promoter, manager musicali). I soli giornalisti accreditati presso l’Ufficio Stampa ammontano a 1300. Questa è la nota dell’intervento curato da Angelo Branduardi dal titolo Musica delle origini, origini della musica  (ovvero: anche la Creazione ebbe la sua colonna sonora)

Al principio era il suono. Davvero? Qualcuno ci pensava già? Le storie della creazione che aprono i grandi libri delle tradizioni dei popoli concordano nel riconoscere alla musica – o, meglio, ad un evento sonoro – il primo atto dello scatenarsi di una fantasia divina alle prese con l’organizzazione della materia. E quando il mondo comincia a prendere forma, la musicalità della creazione gradualmente si spegne e si annulla. Chi è, allora, il musicista? È uno stregone, un iniziato alla realtà della musica primigenia, che sa cogliere nelle cose i resti di un suono originatore e sa richiamarli in vita. Oppure è un sacerdote, che nella contemplazione, può parlare a Dio usando la sua stessa lingua di suoni.

È Angelo Branduardi a trarre dalla sapienza extraeuropea questo racconto: il pubblico in sala lo ascolta incantato dalla sua capacità di relatore e di cantastorie, anche se in questo caso non c’è chitarra, e la voce viene usata per cantare solo quando si impone la necessità di qualche piccolo esempio. Il problema di partenza, che in sala Londra è stato affrontato su questo piano etno-metafisico, è il favore incontrato dalla World Music tanto dal pubblico quanto dai musicisti. Si contano ormai in gran numero gli artisti che hanno dato alla propria carriera una sterzata al proprio percorso compositivo e sonoro, recandosi in Oriente o in Africa ad ascoltare e ad imparare sul campo qualcosa di totalmente “altro”. ” Se il musicista moderno va a cercare queste forme in altre culture, è perché la musica che gli sta intorno non lo soddisfa pienamente”. Si sarebbe perso, dice Branduardi, il senso della musica come evento vissuto. ” Noi ascoltiamo il Requiem di  Mozart alla Scala di Milano, ma lì non c’è nessun morto. Questo non sarebbe concepibile in India o in Africa “. Il risultato è un distacco inconscio  ell’ascoltatore occidentale dalla musica, che viene osservata e conosciuta come un fatto esterno.

 Il ritorno all’etnico è probabilmente un tentativo di restituire all’esperienza musicale il suo valore profondo: un esigenza che va ben al di là di un puro desiderio di nuovi suoni.

Torino, 11 ottobre 1996

FONTE: Arpnet.it

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Written by mikimeta

ottobre 28, 2008 a 9:54 pm

Pubblicato su L'Artista

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